Un ritratto di Bach di uno scrittore speciale

Un ritratto di Bach di uno scrittore speciale
A Portrait of Johann Sebastian Bach

di Riccardo d'Auria

Titolo:
Music in the Castle of Heaven
Autore:
John Eliot Gardiner

Questa splendida biografia di Bach non è purtroppo ancora disponibile in lingua italiana. Per gli amatori del genere, oltre che in carta, è disponibile in formato elettronico per Kindle.

Segnalerei tre elementi distintivi, i quali saltano all’occhio anche solo ad una prima lettura:

- È pensata per essere apprezzata da specialisti o anche solo da appassionati. Quindi non ha un taglio accademico, anche se scritta in inglese colto.
Il testo è scorrevole, abbondante in episodi appartenenti alla vita privata e alla quotidianità del compositore, i quali lo rendono un compagno di vita immerso nelle proprie meditazioni, come afflitto dai piccoli intoppi e dalle grandi gioie affettive che l’esistenza ad ognuno riserva. Un uomo come tanti con una forte passione per la musica ed una radicata insofferenza per ipocrisia, convenzione, superficialità. Carattere difficile, amante di spose giovani e pazienti, appassionato dei piaceri della vita e perplesso di fronte alla mediocrità inutile, ma comoda di molti.
È un taglio moderno ed anticonvenzionale che coinvolge dalle prime righe che scorrono sotto gli occhi.
Chi non sappia nulla di Bach non terminerà la lettura possedendo tutto quello che del compositore v’è da sapere: avrà però capito in profondità perché per molti è il più grande Maestro di musica mai esistito e perché la sua opera sia irresistibile.


- È compilata da un uomo che approfondisce il personaggio avendone prima studiata e praticata la musica. La concentrazione sui perché e sui per come è privilegiata rispetto alla stesura ordinata ed organica dei fatti accaduti e delle opere.
Chi voglia accompagnare Bach nel percorso di vita e sentirne il significato come essere umano che compone, è nel posto giusto.
Il cammino è diviso in parti di vita, in avvenimenti salienti, in stagioni.
Chi cerchi una disamina accurata delle fonti legata ad una determinata partitura o una raccolta di opinioni su che fine abbiano fatto gli scritti bachiani non giunti a noi, potrebbe a tratti essere deluso. L’esposizione è certo sequenziale e razionale, ma ha quella organicità di lettura e comprensività di mille piani d’indagine che restituiscono esaustivamente il senso di un uomo i cui contesti personali sono complessi e distribuiti su piani disparati: storici, sociali, cittadini, culturali, di ruolo.
Pur avendo consumato l’intera esistenza in Turingia, quindi poco più di un fazzoletto di terra, Bach emerge nella penna di Gardiner come individuo dalle vedute, aspirazioni, piglio di chi conosce in profondità il modo in cui il mondo funziona.


- È pedagogico. Ci si può educare al bello, alla cultura, al piacere per la musica. Gardiner sembra lanciare il messaggio, pagina dopo pagina, che conoscere Johann Sebastian è l’occasione, a portata di chiunque, per gustare la vita di più, sembra dire che, in tanta approssimazione, è possibile essere perfezionisti, intensi, dotati di grande umanità ed appassionare.
Incontrare Bach può essere l’occasione per approfondire la conoscenza di se stessi, entrare in contatto con il senso ultimo delle cose.
Ma soprattutto che può valere la pena di condurre una esistenza non ordinaria, sgradita ai molti, abbondante in difficoltà, più complessa di quella dell’uomo comune, ma appassionante.


Il testo include immagini a colori su carta patinata di luoghi, ritratti del compositore, disegni, strumenti musicali. Nessuna altra biografia in commercio, che io abbia potuto vedere, ne propone.


È un libro fatto per essere letto e riletto, usato per capire e per appassionare; è tutto fuorché uno scritto accademico per eletti, sebbene ne abbia la caratura.



Estratto

1 Under the Cantor’s Gaze

In the autumn of 1936 a thirty-year-old music teacher from Bad Warmbrunn in Lower Silesia suddenly appeared in a Dorset village with two items in his luggage: a guitar and a portrait in oils of Bach. Like old Veit Bach, the founder of the clan, escaping from Eastern Europe as a religious refugee almost four centuries earlier, Walter Jenke had left Germany just as Jews were being banned from holding professional posts. He settled and found work in North Dorset, married an English girl and, with war imminent, looked for a safe home for his painting. His great-grandfather had purchased a portrait of Bach in a curiosity shop sometime in the 1820s for next to nothing. Doubtless he did not know at the time that this was – ​and still is – ​by far the most important Bach portrait in existence. Had Jenke left it with his mother in Bad Warmbrunn, it would almost certainly not have survived the bombardment or the evacuation of Germans from Silesia in the face of the advancing Red Army.

I grew up under the Cantor’s gaze. The celebrated Haussmann portrait of Bach had been given to my parents for safekeeping for the duration of the war, and it took pride of place on the first-floor landing of the old mill in Dorset where I was born. Every night on my way to bed I tried to avoid its forbidding stare. I was doubly fortunate as a child in that I grew up on a farm and into a music-minded family where it was considered perfectly normal to sing – ​on a tractor or horseback (my father), at table (the whole family sang grace at mealtimes) or at weekend gatherings, outlets for my parents’ love of vocal music. All through the war years they and a few local friends convened every Sunday morning to sing William Byrd’s Mass for Four Voices. As children my brother, sister and I grew up getting to know a grand miscellany of unaccompanied choral music – ​from Josquin to Palestrina, Tallis to Purcell, Monteverdi to Schütz, and, eventually, Bach. Compared to the earlier polyphony, Bach’s motets, we found, were a lot more difficult technically – ​those long, long phrases with nowhere to breathe – ​but I remember loving the interplay of voices, with so much going on at once, and that pulsating rhythm underneath keeping everything afloat. By the time I was twelve I knew the treble parts of most of Bach’s six motets more or less by heart. They became part of the primary matter in my head (along with folksongs, ribald poems in Dorset dialect and heaven knows what else, stored in my memory) and have never left me.

  • Formato: 24,2 x 16,5 x 4,1 cm
  • ISBN: 978-0375415296
  • Edizioni: Allen Lane
  • Pagine: 672